gepeto
15-06-2006, 19:35
E così la Rai, alla prima occasione, ha fatto il botto. Quasi il settanta di share e ventun milioni di spettatori per la prima partita dell'Italia al mondiale sono davvero un bel colpo, soprattutto se rapportati alle previsioni che si erano tinte più di grigio che di azzurro. Pesavano sulle attese molti motivi di preoccupazione: il possibile disamoramento per un calcio travolto dallo scandalo di cui la nazionale è in qualche modo rappresentante, lo scetticismo circa le possibilità di disputare un torneo vittorioso, un'offerta televisiva dimezzata da parte del sevizio pubblico e che nei primi giorni aveva suscitato più di una critica per l'immagine spartana, bulgara, da tv del terzo mondo o degli anni Settanta, secondo il grado di benevolenza dei giudizi espressi dai giornali. E invece ventun milioni, tutti e subito, come per una finale e invece era solo la prima del girone eliminatorio, contro il Ghana che è una bella squadretta ma non il Brasile. D'altronde, se i miei lettori mi vogliono credere, non ho avuto bisogno di aspettare le fatidiche dieci del mattino successivo per capire come erano andate le cose, mi è bastato sentire la nutrita presenza di calcson e trombe esplosa nella piazza sottocasa al termine della partita. La cosa non è difficile da capire e da spiegare: alla fine è prevalsa la voglia di festa, di mandare al diavolo Moggi e Carraro, di turarsi per un attimo il naso di fronte ad alcuni elementi discutibili non ancora chiariti, pur di non perdersi l'occasione di festeggiare, di uscire in strada nella prima serata di vera estate.
Ma come? Si sono detti in tanti, abbiamo visto farlo i brasiliani, i tedeschi, i messicani e persino gli iraniani oltre ai nostri connazionali emigrati, adesso possiamo celebrare i nostri colori anche a Roma o a Milano. Bisogna riconoscere alla Rai il merito di avere perfettamente interpretato questo sentimento anche nelle sue ambiguità. Per la sua prima diretta ad alto ascolto e in concorrenza con quella di Sky ha puntato su una lettura dell'avvenimento centrata sull'identità nazionale. E sui suoi simboli. A cominciare da Fiorello e dal suo appello a tifare comunque Italia, che, in coda al Tg1, appariva un po' patetico e che invece a posteriori si è rivelato in sintonia con un sentire molto diffuso. Poi è toccate alle varie icone della vita nazionale: Sandro Mazzola e il commissario Montalbano, Tardelli dell'indimenticato urlo di vittoria e Giovanna Melandri che, oltre a manifestare la presenza del governo in un'occasione tanto delicata, rappresenta, in quel suo elegante completo bianco, quel che si dice una bella immagine dell'Italia. E poi ancora l'inno nazionale cantato da tutti in coro e Totti che, pur malconcio in panchina, non rinuncia, al momento del secondo gol, al suo ruolo di burlone, tenero ed esuberante come un vero Arlecchino. Insomma una serata all'insegna della tradizione italiana, coerente, compatta nella scelte delle immagini, delle figure, dei personaggi, rischiosa, terribile se le cose fossero andate male sul campo, ma alla fine molto ben ripagata.
Quanto alla concorrenza e a quei due milioni abbondanti di italiani, un buon 7%, che hanno vissuto la felice serata su Sky, hanno trovato un'altra storia. Si discute molto in questi giorni sulle possibilità di diversificazione tra le due dirette. E si sprecano battute e giochi di parole, sui tre secondi che separano l'arrivo dell'immagine su un canale dall'altro, sul valore dei telecronisti, su quale D'Amico si preferisce. Ma l'altra sera nel corso della diretta dell'Italia c'è stato un momento in cui le due concezioni dello spettacolo calcistico, le due filosofie sono apparse in tutta la loro evidenza e la loro differenza, in un esempio da manuale. È stato alla metà del secondo tempo, nel momento dell'infortunio di Iaquinta: la Rai ha mandato in onda le immagini delle cure preoccupate prestate al calciatore e un replay del brutto fallo subito, Sky ha approfittato della pausa per fare in trenta secondi il riassunto della partita, tutti gli hight lights, il concentrato delle emozioni, un prodigio di tecnica registica televisiva. Ecco la vera differenza: per gli uni il calcio è il luogo dove si celebra un rito nazional-popolare, per gli altri il luogo dove, più che in ogni altro campo, si celebrano, con una certa eccitazione, le meraviglie della tecnologia televisiva.
Ma come? Si sono detti in tanti, abbiamo visto farlo i brasiliani, i tedeschi, i messicani e persino gli iraniani oltre ai nostri connazionali emigrati, adesso possiamo celebrare i nostri colori anche a Roma o a Milano. Bisogna riconoscere alla Rai il merito di avere perfettamente interpretato questo sentimento anche nelle sue ambiguità. Per la sua prima diretta ad alto ascolto e in concorrenza con quella di Sky ha puntato su una lettura dell'avvenimento centrata sull'identità nazionale. E sui suoi simboli. A cominciare da Fiorello e dal suo appello a tifare comunque Italia, che, in coda al Tg1, appariva un po' patetico e che invece a posteriori si è rivelato in sintonia con un sentire molto diffuso. Poi è toccate alle varie icone della vita nazionale: Sandro Mazzola e il commissario Montalbano, Tardelli dell'indimenticato urlo di vittoria e Giovanna Melandri che, oltre a manifestare la presenza del governo in un'occasione tanto delicata, rappresenta, in quel suo elegante completo bianco, quel che si dice una bella immagine dell'Italia. E poi ancora l'inno nazionale cantato da tutti in coro e Totti che, pur malconcio in panchina, non rinuncia, al momento del secondo gol, al suo ruolo di burlone, tenero ed esuberante come un vero Arlecchino. Insomma una serata all'insegna della tradizione italiana, coerente, compatta nella scelte delle immagini, delle figure, dei personaggi, rischiosa, terribile se le cose fossero andate male sul campo, ma alla fine molto ben ripagata.
Quanto alla concorrenza e a quei due milioni abbondanti di italiani, un buon 7%, che hanno vissuto la felice serata su Sky, hanno trovato un'altra storia. Si discute molto in questi giorni sulle possibilità di diversificazione tra le due dirette. E si sprecano battute e giochi di parole, sui tre secondi che separano l'arrivo dell'immagine su un canale dall'altro, sul valore dei telecronisti, su quale D'Amico si preferisce. Ma l'altra sera nel corso della diretta dell'Italia c'è stato un momento in cui le due concezioni dello spettacolo calcistico, le due filosofie sono apparse in tutta la loro evidenza e la loro differenza, in un esempio da manuale. È stato alla metà del secondo tempo, nel momento dell'infortunio di Iaquinta: la Rai ha mandato in onda le immagini delle cure preoccupate prestate al calciatore e un replay del brutto fallo subito, Sky ha approfittato della pausa per fare in trenta secondi il riassunto della partita, tutti gli hight lights, il concentrato delle emozioni, un prodigio di tecnica registica televisiva. Ecco la vera differenza: per gli uni il calcio è il luogo dove si celebra un rito nazional-popolare, per gli altri il luogo dove, più che in ogni altro campo, si celebrano, con una certa eccitazione, le meraviglie della tecnologia televisiva.